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Bianca Paganini

Il 19 gennaio 2011 alcuni allievi delle classi terze e quarte del Nautico hanno intervistato il Presidente onorario dell’ANED della Spezia Bianca Paganini.

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Introduzione (a cura dello studente Matteo Angelinelli)

“ Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza “

La citazione sopra è l’articolo uno della Carta dei Diritti Umani. Non ha bisogno di commenti un’affermazione di tale fermezza e dal significato così profondo. Ma una domanda sorge spontanea: ma oggi, nel 2011, è vero che siamo “eguali in dignità” o c’è qualcuno che è “meno uguale” degli altri?  Purtroppo vorremmo che tutti fossero veramente uguali , che non vi fossero discriminazioni di nessun genere e che i grandi orrori e genocidi del passato venissero  ricordati e capiti per far sì che non si ripetano. In realtà ai giorni nostri ci sono ancora intere popolazioni che sono soggette a soprusi : si pensi alle popolazioni nord africane che con le loro gesta sono riuscite a riconquistare una libertà che per noi occidentali è scontata,ma che per loro è costata giorni di guerra e centinaia di vittime. Ma vi sono anche popoli come quello palestinese che nonostante anni di dure battaglie, è tuttora schiacciato da un forza  che lo tiene prigioniero in casa propria. E questi sono solo alcuni esempi di negazione della libertà che tutti i giorni avvengono nel mondo.

A sentire certe cose sembra quasi che l’umanità non abbia imparato niente dalla storia. Ma non più di sessantacinque anni fa si veniva a conoscenza del più grande crimine della storia: la deportazione nei lager nazisti. Quello che avvenne dentro quei luoghi di morte è oggi tristemente noto a tutti, o così ci sembra. Perché in fondo non potremo mai sapere tutto nei minimi dettagli se non parlando con una persona che per sua sfortuna è stata deportata. E noi abbiamo avuto, grazie ai nostri professori e alla sezione ANED della Spezia, l’opportunità di intervistare Bianca Paganini. Bianca fu deportata a Ravensbruck insieme alla madre e alla sorella. Con lei abbiamo parlato della sua vita all’interno del campo, del suo ritorno a casa e di molti altri aspetti della sua vita. Bianca ha concluso con un discorso molto importante: ha spronato noi giovani a ricordare per sempre quello che abbiamo sentito dire da lei, dagli altri deportati e dai libri di storia, perché è solo grazie alla memoria che certi crimini possono essere sconfitti e sta a noi giovani impegnarci affinché tutti divengano uguali in dignità, proprio come dice l’articolo 1 della Carta dei Diritti Umani. E sta sempre a noi giovani combattere fino allo stremo delle forze perché nessuno distrugga il nostro futuro e quello di altre persone, solo per un guadagno personale o di pochi potenti.

Ricordare il passato per un futuro migliore, ma soprattutto essere padroni delle nostre esistenze e se mai sarà necessario combattere per la nostra libertà, è questo il messaggio che arriva dall’intervista a Bianca Paganini.

INTERVISTA A BIANCA PAGANINI

Perché venne concepita l’idea di un campo totalmente   femminile come Ravensbruck?

Non era totalmente femminile, gli uomini, pochi, c’erano, ma erano separati da noi. Il campo ospitava 5000 persone, per le quali non c’era più posto nelle prigioni. C’erano infatti molte ladre, assassine e poche prostitute. Poi iniziarono ad arrivare testimoni di Geova, che erano pacifisti. Ma quando venne occupata l’Austria, il campo si allargò con politiche tedesche. Arrivarono poi donne polacche e pian piano tutte le donne d’Europa. Conosco una donna di origine belga che per 3 volte si è recata nel campo dopo la liberazione, ma che non è mai riuscita ad entrarci per il terrore che le porte si chiudessero dietro di lei ancora una volta. Non c’era differenza con gli uomini: avevamo in comune i vestiti, i cibi, i lavori e le punizioni (molto spesso l’impiccagione). Neanche le donne incinte subivano un trattamento diverso. Venivano fatte abortire oppure le case farmaceutiche facevano esperimenti sui piccoli e sulle donne stesse. Le donne infatti hanno subìto e sofferto di più. Ravensbruck contava 127000 donne, ma in due anni 92000 morirono.

Ha mai ricevuto degli atti di pietà dai carcerieri?

Assolutamente no. Nessun gesto da parte loro.

Quanto la paura l’ha condizionata?

La paura non ha annullato i miei sentimenti, ma nel campo bastava poco per farsi ammazzare. Una mia amica che aveva i capelli neri, dal terrore che aveva provato, se li è ritrovati completamente bianchi nel giro di una notte. Arrivati al campo trovammo una scritta incomprensibile sopra il cancello: “arbeit macht frei”. Era notte e quindi dormimmo. Al mattino ci svegliammo con la sirena e dalla finestra vedemmo un carro dal quale pendevano cose che non riuscivamo bene a distinguere. Erano i morti destinati al forno crematorio. A quel punto capimmo molto. Ma qual era il motivo di tanta violenza? Perché non capivamo gli ordini. Ci fecero spogliare e non ci guardarono neanche. Fu davvero un impatto terribile.

Il 27 Gennaio ricevemmo ordini incomprensibili. Era arrivata la croce rossa svedese, che liberò francesi, norvegesi, belghe e svedesi. Noi italiane insieme alle polacche siamo rimaste lì. Noi italiane fummo costrette a marciare per 5 giorni e 5 notti, con alle spalle i Russi che avanzavano e davanti gli Americani in ritirata. Io e mia sorella, che aveva la febbre, eravamo scalze. Finalmente raggiungemmo gli Americani, i quali però non avevano cibo da darci, solo sigarette. La notte finalmente ci riposammo e la mattina ci svegliò un camion dei francesi. Con uno stratagemma ci fingemmo francesi e fummo condotte fino ad Amburgo, dove passammo i 4 mesi successivi. Siamo tornate a casa il 13 Settembre 1945.

Ha mai pensato di farla finita?

No, mai! Ho avuto terrore quando il comandante mi chiamò per numero il 1 gennaio e mi disse che mia madre era morta. Solitamente venivi chiamato per due motivi: accusa di sabotaggio o perché ti massacravano di botte. Con mia madre morta e mia sorella in infermeria, io tirai un sospiro di sollievo perché ero ancora viva. Tutto questo è ancora un peso dentro di me.

Si è mai sentita abbandonata da Dio?

Non lo so! Arrivata al campo la fede era radicata anche se ero poco più che ragazza. La mia fede era come un rifugio dai dolori, mi rivolgevo a Dio per qualsiasi cosa. Al mio arrivo al campo ero scossa e provavo una sofferenza inaudita tanto che ho avuto un cambiamento della mia concezione di fede: Dio,padre delle genti, non aiutava i suoi figli e non si faceva vivo. Da qui ho rischiato di perderla e mi sono allontanata. Non potevo più credere in un Dio di misericordia. Ora invece so perché credo: prima era una cosa totalmente istintiva ed insegnata ma con la mia esperienza sono arrivata ad una fede  più ragionata, forse più giusta.

L’ha aiutata la sua istruzione a dare una spiegazione alla tortura dei tedeschi?

Si. Nel campo si è ridotti a niente, a un numero, si è solo essere umani composti da carne e sangue. Non si possiede niente. Si è accomunati con gli altri solo dall’aspetto umano e ci si distingue solo grazie al proprio sapere, che nessuno può toglierti. Solo così ci si può difendere dalla nullità completa. Oltre a questo possiedi i ricordi della vita fuori dal campo che ti aiutano ad andare avanti e ti danno la forza anche per aiutare chi ti è vicino, in tutti i modi possibili e immaginabili. Ad esempio una donna ungherese mi aveva chiesto di insegnarle i primi versi della Divina Commedia; una polacca mi salutava tutte le mattina augurandomi “Buongiorno”, cercando di integrarsi tra noi italiane; o ancora i nostri dialoghi su storia e letteratura con le ragazzi francesi. Tutto questo per amalgamarsi le une con le altre. Sono avvenimenti come questi in cui il cervello cercava di  ampliare le proprie conoscenze, in modo da non diventare “stüke”.

Riusciva ad influire sulla personalità il metodo nazista?

Influiva molto. Perché nel campo una persona non la potevi giudicare per quello che possedeva, ma per la sua essenza, per il suo modo di essere. Il possesso non esisteva e se perdevi qualcosa non ti importava. Non si dava peso alle cose materiali. Perché tanto, quando la vita ti chiama, importa solo la capacità di reagire davanti ai problemi. La ricchezza economica quindi non serve: solo quella interiore può aiutarti a vivere meglio. Non bisogna giudicare gli altri, anzi, l’inimicizia non dovrebbe proprio esistere! Perché tanto nel campo siamo tutti uguali, non esiste il “diverso”, e quindi magari un giorno avresti potuto ricevere un aiuto anche dal tuo nemico.

Qual’era la giornata tipo al campo?

Al campo grande la giornata iniziava alle 4/4.30. Bisognava rifare i letti, che erano a castello su tre piani, lavarsi il viso (ed eravamo circa 500/600 donne). C’erano 10 gabinetti e non sempre erano raggiungibili: molte volte c’erano i morti sotto i lavandini. Successivamente venivamo messe in fila per 10, per permettere di contarci meglio e più velocemente. Rimanevamo in piedi nella piazza dalle 4 alle 6, o fino alle 12 se qualcuna mancava all’appello. Tutto questo senza muoverci, altrimenti erano botte. Se qualcuna osava cadere, non potevamo aiutarla. In fila per 5 poi ci avviavamo a prendere gli attrezzi per lavorare: chi tagliava la legna, chi ammucchiava la cenere per fertilizzare i campi, chi curava le bestie. La sera eravamo a casa per mangiare, rigorosamente senza cucchiaio o forchetta, perché quelli dovevi comprarteli in cambio di fette di pane. Al mattino caffè, a pranzo mezzo litro di sbobba e a cena pane con la marmellata. Successivamente ci recavamo a letto, a volte in due in un letto di 60 cm di larghezza e 170 di lunghezza. Ma quando arrivavano altre ragazze, si finiva per dormire anche in tre. Vivere nel campo era maledettamente duro, ma il problema della lingua era anche peggio. Molte persone parlavano solo bergamasco, noi altre solo quel poco francese imparato a scuola. Bisognava però capire gli ordini, altrimenti erano botte, botte date per cattiveria o per disprezzo, e che facevano più male di tutte le altre. Ne ricevo senza sapere il perché, ma se mi fossi ribellata, sarebbe stato peggio.

Gli italiani avevano un trattamento diverso rispetto gli altri?

All’inizio era un po’ diverso perché comunque eravamo un popolo che aveva portato la guerra. Ma col passare del tempo gli altri deportati si resero conto che eravamo stati imprigionati perché nel nostro paese ci eravamo opposti alla dittatura ed eravamo li tutti per lo stesso motivo.

Per i tedeschi invece eravamo tutti degni dello stesso trattamento.

Come fu il Nalate del 1944?

La sera del Natale del 1944, noi 7 italiane dovevamo svolgere il turno di notte. Il giorno stesso un soldato ci portò un albero natalizio. La sera le tedesche si misero a cantare dei canti natalizi e ci invitarono a cantarne qualcuno in italiano. Il giorno seguente mangiamo un hamburger con delle rape rosse e da quel giorno non ne ho più mangiate.

La consapevolezza della sua innocenza è stata la forza per andare avanti?

In un certo senso ero colpevole. Colpevole di essermi schierata dalla parte dei partigiani. Oltretutto mia madre venne uccisa perché “madre di partigiani”.

E allora quale fu la forza per andare avanti? Se non la forza fisica, a livello mentale?

Mi ha aiutata il fatto di aver 20 anni e di essere stata fortunata a lavorare alla Simens per produrre barometri e voltometri. Anche se lavoravo 12 ore a giornata (dalle 6 del mattino alle 6 di sera o viceversa), ero seduta al caldo e non consumavo calorie. Pesavo 30kg. Tutto questo mi ha aiutata a salvarmi, anche se 15 giorni prima della liberazione, anche io e mia sorella tentennavamo.

Come è stato il rientro a casa?

Duro! Ho sofferto tanto nel campo quanto al mio rientro a casa, perché al mio rientro né io né mia sorella avevamo qualcuno ad aspettarci. Mio fratello era a Roma nel corpo italiano per gli Americani. L’altro invece era malato. Quando siamo tornate,abbiamo visto che la casa non  era stata toccata dal giorno in cui ci avevano catturate. Era rimasta aperta alle intemperie e depredata di ogni singolo bene dai fascisti. La prima notte del rientro infatti dormimmo in una casa con una contadina, che ci aveva ospitate gentilmente. La mia vita era cambiata, e me ne accorsi soprattutto quando ricevetti la telefonata con la proposta di matrimonio. Fu come un pugno nello stomaco. Pian piano ricostruimmo la nostra vita, tacendo al mondo per 15 anni cosa avevamo subito.

Dove ha trovato la forza per ricominciare?

L’ho trovata dentro di me, senza saperlo.

Qual è la reazione nei confronti di chi nega l’olocausto?

Chi nega non sa o non vuole essere a conoscenza.

Su questa domanda, Bianca è stata concisa, quasi a non voler considerare l’ignoranza di persone che negano orrori così evidenti.

E’ stato istintivo parlarne o a dovuto prima rifletterci?

Non è stato spontaneo, anzi sono stata anni senza parlare. Non volevo ricordare, perché tacendo non sentivo dolore. Sono stata obbligata a parlare davanti a un registratore, grazie ad una donna. E’ stata una liberazione! Mi si è sciolto un groppo che tenevo dentro. Sapevo che il mio contributo a ricordare, avrebbe aiutato a non dimenticare le persone che non ce l’avevano fatta. Ovunque mi chiameranno per raccontare, io andrò! Tutti stanno dimenticando che la libertà che ora abbiamo è costata molto.

Secondo lei è sufficiente ascoltare i suoi ricordi?

Assolutamente no! Anche se io racconto, non riesco ad esprimere a pieno cos’ho provato. Io posso provare a dare solo un’idea del trauma che ho vissuto, ma non è abbastanza. Le sofferenze gravavano sulla mia mente e sul mio corpo tutte insieme. Se mi sentivo male nella camerata, non potevo comunicarlo alla mia vicina perché non mi capiva! Se ero triste perché pensavo alla mia mamma, non potevo comunicarlo! Ero completamente sola! Non posso raccontare nell’interezza cos’ho vissuto. Solo con il viaggio pellegrinaggio si può immaginare il senso della morte e della solitudine e quindi farsi un’idea abbastanza chiara dell’interezza del mio dolore. Se vi recherete là, noterete che i campi e i forni crematori saranno puliti e pieni di fiori, le baracche profumeranno di legno, ma una volta non era decisamente così. I colori non esistevano. L’unico colore dominante era il grigio della terra e del cielo. Tutto era immerso nelle urla delle SS. Non esistevano il sole, i fiori e la felicità perché in qualunque momento sapevo che qualcun altro stava morendo al posto mio.

Cosa si dovrebbe portare a casa dall’esperienza dei campi?

Io vorrei che le persone capissero il sacrificio subìto dagli altri. Non si può restare per sempre bambini. Bisogna studiare, leggere e capire, ma soprattutto non bisogna restare indifferenti.

Bisogna partecipare, aiutare e accettare le idee delle altre persone. Bisogna rispettare se stessi e raggiungere i propri obbiettivi con delle regole, che bisogna rispettare. Vivere civilmente e con onestà, senza dar peso ai soldi, perché questi non fanno la felicità, ma servono solo per procurarsi i beni materiali.

 

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