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Viaggio 2005

Viaggio ANED nei Campi di concentramento e sterminio 2005

Il viaggio – pellegrinaggio ai campi di sterminio, inserito nel POF ed approvato dal Collegio dei Docenti, si è svolto nel periodo 6-13 maggio 2005

Partecipanti: Prof. ssa Cecilia Romano, Prof. ssa Giuliana Ragusa

Itinerario: Bolzano -Gusen – Melk – Mauthausen – Terezin – Auschwitz – Birkenau

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Diario di un viaggio

a cura della prof.ssa Cecilia Romano

Parto, per un viaggio che ho a lungo desiderato, una mattina di primavera.

E’ il sei maggio.

L’aria, alle cinque e mezzo del mattino, è fredda. Piove e mi bagno aspettando Giuliana , l’amica con cui condividerò questa esperienza.

Siamo un centinaio, due i pullman; il nostro capogruppo, Orsetti, gentile e discreto, ci introduce in un mondo che, se pur passato, continua ad essere straordinariamente presente.

Sostiamo a Medesano, poi proseguiamo per Bolzano , ci fermiamo davanti ad un monumento alla memoria: due corpi, uno maschile e uno femminile, le bocche sono un urlo, il ventre della donna è cavo. Bellissimo e terrificante. Essenziale.

Sosta al confine e ancora sosta in territorio austriaco a Freedland, città libera.

Lungo il percorso dell’Inn vediamo interminabili campi di colza , gialli e perfetti.

Dormiamo a Lintz, camera doppia, e Giuliana si rivela come già pensavo fosse, attenta ma discreta e per me è importante perché non amo condividere gli spazi, ma con lei funziona.

Mauthausen, sette maggio.

Lungo la salita, a destra, teschi conficcati nella terra , a file di cinque, tutti allineati. Via via che si procede si capisce che sono posti a diverse profondità, nella prima fila sono quasi completamente interrati e fila dopo fila sporgono sempre un po’ di più fino a che il teschio non sia per intero fuori della terra; la risurrezione dopo la morte.

I pullman parcheggiano, scendiamo e ci troviamo in quella che era stata una cava e davanti alla scalinata della morte. Allineati per cinque, salivano questi scalini volutamente difformi, trasportando sassi che pesavano dai venticinque fino ai cinquanta chili. Ai lati le SS li spingevano, li picchiavano, senza motivo. Molti si gettavano dall’alto, altri cadevano, altri ancora venivano spinti giù dal dirupo: paracadutisti, così li chiamavano. Un olandese è stato costretto a gettarsi nel vuoto due volte perché la prima caduta non era stata letale. Macilenti e denutriti, indossavano uniformi e calzavano zoccoli assegnati loro volutamente in maniera arbitraria, taglie assolutamente non corrispondenti, zoccoli spaiati, il tutto per rendere ancora più difficile, crudele, inumano il loro trattamento.

Entriamo. Il cortile dove venivano raggruppati, spogliati contati, contati, contati, contati.

Le docce. Le camerate.

Il monumento al generale russo responsabile della tentata evasione di cinquecento soldati. Trasformato in una statua di ghiaccio. Inumana barbarie.

Le camere a gas. I forni crematori.

Sottocampo di Melk. Forno crematorio. Molti i parenti del nostro gruppo. Foto. Parole. Wanda, staffetta di Caniparola ci racconta la sua storia fatta di audacia e incoscienza. I ragazzi hanno gli occhi umidi. E non solo loro.

All’esterno del sottocampo, una fila interminabile di targhette di plastica con nomi e date di nascita e morte. I più non superano i vent’anni.

Sottocampo di Gusen. Ora solo un Memoriale con infiniti nomi e foto e un forno crematorio.

È in corso una cerimonia con persone provenienti da tutte le parti del mondo. Molti gli ex deportati con il numero attaccato alla giacca, col berretto a righe bianche e blu. Sconvolgente. La banda. Canzoni in tutte le lingue. Intonano Bella ciao e un ex deportato mi ripara con l’ombrello da una pioggia battente e mi fa cenno di non fumare. Ma sorride. E poi una voce da soprano canta una canzone in tedesco, credo. Tante ragazze distribuiscono boccioli di rose gialle.Tutto sotto una pioggia insistente. All’interno del Memoriale alcuni ragazzi distribuiscono cartoncini azzurri su cui è attaccato un pezzetto di specchio con una frase che non capisco. Eleonora, la nostra splendida guida, lo traduce per me: vivi la tua vita in modo tale da poter sempre guardarti allo specchio.

Mauthausen, otto maggio.

Vento, pioggia, grandine. Manifestazione di commemorazione per la liberazione di Mauthausen. Migliaia e migliaia di persone , tutte le nazionalità sono rappresentate. Stendardi, bandiere, canti, inni, costumi, divise, fazzoletti, berretti, casacche bianche e blu. Tutti un triangolo, rosso per lo più. Ma anche rosa per i gay, gli spagnoli capeggiati da Zapatero. E di tanti altri colori.

Fa un freddo terribile ma non ci si può lamentare, noi sani, ben vestiti, sazi, liberi.

I polacchi!

Il pomeriggio passiamo il confine, siamo nella repubblica ceca. Arrivo a Praga.

Terezin 9 maggio.

E’una fortezza a pochi chilometri da Praga. Dopo la visione di un filmato che ci lascia ammutoliti, visitiamo il museo. Juden. Dovunque stelle a sei punte. Etichette di Zyclon 8. E valigie. E nomi, nomi, nomi. Fotografie, documenti, oggetti personali. Il campo. Arbeit mach frei, il lavoro rende liberi. Le camerate, assi di legno. Un lavatoio: un bagno a secco, una camera con tanti bagni e tanti specchi. Finta. Allestita per un’ispezione della Croce Rossa e mai collegata con tubi. La camera d’isolamento. Una collina davanti al muro delle fucilazioni: cinque alla volta, uno dietro l’altro, un solo colpo, la logica del risparmio e tanti, tanti cadaveri sotto la collina.

Una forca. L’interruzione di un cornicione non è casuale, è stato distrutto dai tedeschi per non permettere la fuga dal campo; qualcuno c’è riuscito e ogni volta, tre persone, due uomini e una donna, scelti a caso pagavano per ognuno di loro.

In fondo al campo , ancora intatta , la casa padronale con piscina e cinema.

Nel pomeriggio giriamo per la città d’oro: Praga.

Io e Giuliana decidiamo di distaccarci dal gruppo e andare da sole a Josevov, il quartiere fatto costruire per gli ebrei da Giuseppe II e che da lui prende il nome. Visitiamo la sinagoga e il museo. Non è la prima volta per me ma l’emozione è sempre nuova e sconvolgente. Era nei progetti di Hitler fare della sinagoga il museo della razza estinta.

Girovaghiamo per la città ritrovando il resto del gruppo e alle diciannove nella bellissima piazza di Stare Mesto, l’orologio batte le ore e sfilano gli apostoli e il diavolo; la morte è fuori con in mano i simboli dello scorrere del tempo: la campana e la clessidra.

Ceniamo in un ristorante tipico dove un’orchestra di giovani artisti in costume suona musiche dolcissime e struggenti. Qualcuno balla sulle note della Moldava e qualcun altro non apprezza quello che vuole essere solo un modo gentile di ringraziare i giovani musicisti e dimostrare loro riconoscenza e apprezzamento.

Esco dal locale e mi fermo a parlare con B., più che un dialogo, in realtà è un monologo. E’ bastato fargli una domanda che ha cominciato a parlare ininterrottamente, di sé, del suo lavoro, della malattia, dell’abbandono. E’ un uomo triste. Non parla a me, solo a sé stesso. L’ho osservato nel pullman, resta per interminabili minuti a fissare fuori dal finestrino ma non sembra osservare nulla: pare segua solo il filo dei suoi pensieri.

10 maggio.

Lasciamo Praga finalmente sotto un cielo azzurro e un sole splendente. Via via il paesaggio si fa più squallido e anche il bel tempo ci abbandona. Ci fermiamo al confine, al controllo dei documenti scopriamo che un amico ha la carta d’identità scaduta e una patente la cui foto non convincerebbe nemmeno il suo amico più intimo. Fortunatamente ci lasciano proseguire, arriviamo a Cienzyn e mangiamo in un castello dove sono tutti in costume. Al piano terra l’arredamento è inquietante: teste di animali imbalsamati dovunque, pelli, un orso seduto a capotavola. Fortunatamente non c’è più posto e Giuliana ed io andiamo con altre persone al primo piano dove c’è la sala da pranzo padronale, ricchi specchi, arazzi, tappeti, quadri e un’enorme tavola apparecchiata.

Proseguiamo il viaggio e facciamo una breve sosta a Katowice, città natale di Woytila. La chiesa, la casa. E’ una città povera , presto si trasformerà. Negozi di giocattoli e farmacie dappertutto, chissà perché. Arriviamo a Cracovia.

Cracovia, 11 maggio.

Si parte alla volta di Aushwitz. Viene a prenderci una guida che si rivelerà preparata e passionale. Colta, parla a raffica per non dare tempo alla sua leggera balbuzie di avere la meglio.

Aushwitz è sterminato, l’ingresso ci schiaffeggia con la stessa scritta che abbiamo visto a Terezin Arbeit mach frei (non c’era a Mauthausen solo perché era stata staccata). Camminiamo in silenzio, non si trovano parole per l’immane barbarie, per la follia che nulla ha di folle ma che obbedisce ad un ordine perverso, ad un rigore inumano.

Carcere nel carcere, celle di novanta per novanta cm, dove venivano messe quattro persone per un minimo di due notti, se non molte di più. Filo spinato su filo spinato, corrente elettrica che l’attraversa, pali, muri, scarpe, spazzole, stoviglie, abiti, paramenti, protesi, valigie, capelli, capelli capelli. Cinque tonnellate di capelli bianchi, biondi, neri castani, rossi, ricci,lisci. Camere a gas sterminate, barattoli su barattoli di Zyclon B: granelli di morte.

Pomeriggio Birkenau, il posto degli aceri. Non arriva lo sguardo a vederne i confini. La fabbrica della morte. Il binario tronco. Entra dalla porta in muratura e si arresta all’interno dopo pochi metri. E’ la fine della corsa. E’ proprio la Fine: fine della speranza di essere liberi, di diventare grandi, di invecchiare, di vivere. Camere e forni fatti esplodere, un cumulo di macerie, un laghetto vicino, colmo di ceneri. Ceneri per fertilizzare, per costruire strade, talmente numerose da essere gettate per eccesso nell’acqua. Block di legno, in muratura. File di latrine, a decine da utilizzare due sole volte al giorno. Per tutti. La dissenteria che distrugge le viscere.

Visitiamo il monumento di Belgioioso: la spirale della storia italiana realizzata nel block di Primo Levi. Leggo il suo monito all’ingresso della cella .

Cracovia, 12 maggio.

Si narra che il principe Crack offrendo, una pecora imbrattata di zolfo, al drago che minacciava la città, l’ abbia così salvata e sposato la principessa. Marta, la guida polacca, ci fa conoscere la città intervallando alla narrazione della Storia simpatiche leggende .

Marta è entusiasta e attenta, ironica e arguta. Intelligente. Luminosa.

Bella la piazza centrale della città, ampia e ricca; il mercato dei tessuti è coperto e variopinto.

Ripartiamo. Comincia il ritorno verso casa.

Dal finestrino, bellissime e inaspettate ci appaiono le cicogne. I polacchi pensano portino fortuna e, se a primavera non si posano a fare il nido sul camino…… ne mettono una di legno..

Il paesaggio è costellato da chiesette di legno, anima autentica del popolo polacco.

I miei compagni di viaggio, umanità variegata, persone che porterò nel cuore. Wanda, dolce e forte, potresti immaginare remissività in quello sguardo ma è solo attenzione. Ti ascolta.Ti studia. E non giudica. E’ forte e generosa, tenace , con il suo andamento dondolante arriva dovunque.

Antonella, forte, un viso da india e una risata che parte dal profondo, intensa e breve. Ma quando canta ha una voce da usignolo. Gesticola, ti inserisce con la voce e con gli occhi in ogni discussione. Ti vuole, ti cerca, si dà.

Manuela, solare, tenace ed energica, uno sguardo entusiasta da bimba sotto un cespo di folti capelli bianchi. Orsetti, discreto, sincero con un’autentica capacità di indignarsi ancora e sempre.

Giuliana mi ha sempre visto scrivere ma non ha mai fatto domande, la discrezione le appartiene ma l’ho sempre sentita “vicina”, vicina anche nel pensare di ripetere quest’esperienza. Ma questa volta non da sole.

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