Alle studentesse e agli studenti
Alle famiglie
Ai docenti, alla DSGA e a tutto il personale
Care studentesse e cari studenti, gentili famiglie, care colleghe e cari colleghi,
dopo cinque anni al Capellini-Sauro è arrivato per me il momento di andare in pensione e di lasciare la direzione della scuola.
È stata una meditata, non facile, scelta di vita ma confesso di non aver previsto che arrivando al momento del commiato effettivo avrei provato un’emozione così intensa.
Nelle settimane scorse cercavo ispirazione per questa lettera e, per caso mi è tornato in mano il libro Lezioni americane di Italo Calvino. È un testo che parla di letteratura, naturalmente, ma mi sono accorto che le parole scelte da Calvino per il nuovo millennio, leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità, si adattano straordinariamente alla scuola e si prestano bene per un saluto rivolto al futuro.
La leggerezza, da non confondere con la superficialità, è la capacità di togliere peso, di liberarsi da ciò che è inutile, di guardare le cose da una prospettiva diversa. Anche la scuola dovrebbe saperlo fare: scegliere ciò che conta davvero, senza lasciarsi schiacciare dalla burocrazia, dalle abitudini e dalle inevitabili difficoltà quotidiane.
La rapidità, in un mondo nel quale le informazioni e le risposte arrivano in pochi secondi, non può significare andare più veloci. La scuola deve insegnare a stabilire connessioni, a cambiare prospettiva, a cogliere il cuore dei problemi. Deve saper affrontare il cambiamento, una delle parole che abbiamo scelto insieme in questi anni, senza inseguire ogni novità ma senza neppure rifugiarsi nel “si è sempre fatto così”.
L’esattezza è il rigore nell’uso delle parole e dei dati, la capacità di distinguere un fatto da un’opinione e di verificare una fonte. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale è un’attitudine sempre più importante. Ma esattezza implica anche responsabilità: rispondere delle proprie scelte, riconoscere gli errori, non accontentarsi delle risposte più comode.
La visibilità può essere intesa come la capacità di coltivare l’immaginazione. Dovrebbe essere una delle funzioni più belle della scuola: non limitarsi a vedere ciò che uno studente è oggi, ma aiutarlo a scoprire ciò che potrebbe diventare domani.
Anche noi abbiamo cercato di immaginare che cosa potesse diventare il Capellini-Sauro.
Ci definiamo “La scuola del futuro” e abbiamo provato a dare concretezza a questa espressione con nuovi laboratori e ambienti di apprendimento più accoglienti, robotica, realtà virtuale, simulatori, STEM, lingue, Erasmus, rapporti con il territorio e con le imprese.
Ma il futuro di una scuola non si misura dalle tecnologie che possiede: si costruisce soprattutto nelle relazioni tra le persone. Per questo sono stati altrettanto importanti il teatro, le nostre “Storie Sconfinate”, la musica, la web radio, le attività sportive, le tante esperienze offerte agli studenti, l’educazione civica, gli spazi aperti agli studenti e, sopra ogni altra cosa, l’attenzione al benessere, all’inclusione e alle fragilità.
Infine, la molteplicità. Una scuola è fatta di tante discipline e indirizzi di studio, ma soprattutto di persone diverse che devono imparare a lavorare insieme e soprattutto a vivere bene, insieme. È la parola che maggiormente richiama il coinvolgimento: partecipare, mettere in relazione idee, competenze e opportunità, avere ancora voglia di dire “proviamo a fare questa cosa”.
Ne abbiamo avuto bisogno soprattutto negli anni più difficili.
Sono arrivato nel 2021, quando la pandemia condizionava ancora la vita scolastica. Per me il Capellini-Sauro era quasi un sogno, accompagnato però da una certa apprensione per la complessità dell’Istituto, la quale peraltro si è manifestata rapidamente: i grandi lavori nella sede centrale, gli spostamenti, le classi distribuite in due sedi, i traslochi, i laboratori da smontare e ricostruire. Per tre anni siamo stati fisicamente una scuola divisa, eppure proprio allora abbiamo dimostrato di essere una comunità unita.
Ho visto docenti, assistenti tecnici, collaboratori scolastici e personale amministrativo fare molto più di quanto fosse richiesto dal proprio ruolo. Il ritorno nella sede di via Doria, con i lunghi corridoi di nuovo agibili, resta per me l’immagine più forte di questi anni: una scuola prima smontata e poi ricomposta grazie al lavoro di tutti.
Calvino non riuscì a scrivere la sesta lezione, quella sulla consistenza. Senza voler azzardare alcun improbabile paragone, anch’io ho scelto in questi anni alcune parole da proporre alla nostra scuola: coinvolgimento, responsabilità, cambiamento e, infine, cura.
Rilette oggi, mi sembra che raccontino abbastanza bene ciò che abbiamo cercato di costruire. Ma se dovessi dire qual è la parola che ho imparato a riconoscere più tardi, è proprio l’ultima. Forse perché la cura non si programma ma si scopre nel tempo, spesso nei momenti più complicati. Ma è proprio la cura che può dare consistenza a tutte le altre: cura delle persone, delle relazioni, degli spazi, delle parole e del proprio lavoro.
Non ho risolto tutti i problemi: qualche volta avrei potuto ascoltare di più, essere meno alla scrivania e più nelle classi, avere maggiore pazienza. Non sempre, guardandomi indietro, riesco a dire con certezza quando avrei dovuto scegliere diversamente: è forse il dubbio maggiore che porto con me.
L’idea di scuola alla quale sono più legato è una scuola seria e esigente ma capace di ascoltare, nella quale un errore non diventa una condanna; capace di chiedere impegno agli studenti senza dimenticare quanto sia difficile, oggi, essere adolescenti; una scuola aperta al cambiamento e alle tecnologie ma consapevole che nulla può sostituire la relazione educativa e umana.
Ai docenti, alla DSGA, al personale ATA e alle famiglie va la mia gratitudine per aver contribuito, ciascuno nel proprio ruolo, a tenere viva questa comunità. In particolare ai genitori chiedo di continuare a fidarsi della scuola, senza rinunciare naturalmente a interrogarla e qualche volta anche a criticarla, sempre con spirito collaborativo: educare adolescenti è già un compito molto difficile, farlo contrapponendo famiglia e scuola lo rende quasi impossibile.
E grazie soprattutto a voi, ragazze e ragazzi. Siete stati, anche quando non ho avuto modo di conoscervi personalmente, il motivo per cui questa grande e complicata macchina si metteva in moto ogni mattina. Vi ho visto studiare, costruire, navigare, recitare, suonare, partire, entusiasmarvi, arrabbiarvi, protestare, sbagliare e ricominciare. Continuate così, cercate una visione per la vostra vita e ricordate che la scuola può davvero aiutarvi.
Un pensiero particolare va a Maria Cristina Rosi, collega e amica che mi succederà: ti auguro di trovare ciò che ho trovato io: una scuola complessa, qualche volta faticosa, ma viva, piena di energia, mai banale. E ti auguro soprattutto di trovare, come è successo a me, le persone giuste al momento giusto.
A tutti voi lascio un’unica richiesta: abbiate cura del Capellini-Sauro, continuate a renderlo migliore.
Io porterò con me le persone incontrate, le difficoltà e le discussioni ma anche il sorriso e qualche soddisfazione. Soprattutto la consapevolezza di essere stato molto fortunato ad aver avuto l’opportunità di concludere proprio qui la mia carriera scolastica.
Grazie davvero a tutte e a tutti.
E, naturalmente, buona continuazione nella Scuola del futuro!
Con affetto,
Antonio Fini
0